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Frammenti di specchi

Frammenti di specchiFrammenti di specchi (book)

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Una galleria di ritratti, uno specchio psicologico.

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Millenovecentottantanove

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Un incontro fra due vecchi amici e tanti ricordi

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Quel che resta di Pietro

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Un barbone, una donna bellissima e Pietro... di cui resta ancora qualcosa...

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La vendetta

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Clitennestra, dopo anni di attesa, finalmente può compiere la propria vendetta contro il marito Agamennone.

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manuela cagnoni's Blog

  • L'idea di scrivere con Lulu

    2007 Nov 26

    Così ho scoperto Lulu. O meglio: così ho riscoperto Lulu, visto che in realtà l’avevo scoperta due anni fa, leggendo il corriere chiusa nella camera d’albergo di Alghero, mentre fuori si scatenava il tempo peggiore che la Sardegna avesse mai visto da mesi. Purtroppo era agosto.
    Quando ero tornata avevo aperto l’account e poi me ne ero dimenticata, nel vortice del mio lavoro.
    Non so cosa sia stato a farmela riscoprire, forse ancora una volta un articolo del corriere, letto questa volta ad Orvieto, o forse semplicemente la presa di coscienza di essermi persa un po’ troppo dietro il mio lavoro, da dieci anni a questa parte.
    Per un periodo piuttosto lungo della mia vita (direi fino a ventisei-ventisette anni) ho considerato quello di scrivere il mio vero lavoro. Mi viene da sorridere quando ripenso che da bambine, io e mia sorella, annoveravamo tra i nostri giochi preferiti “scrivere un libro”. Come se fosse semplice!
    Eppure noi lo ritenevamo semplice, bastava avere un’idea (e ne avevamo parecchie), sedersi alla scrivania e riempire un foglio di frasi. A volte mi piacevano molto quelle frasi, mi riempivo la testa di frasi che avevo letto sui libri o che avevo scritto io stessa, e mi bastava ripetermele quando andavo a scuola o quando litigavo con qualcuno, per sentirmi felice. Mi sembrava che i miei romanzi fossero dei “libri veri” e mi sembrava naturale che quando sarei stata grande avrei continuato a scrivere, per tutta l’infanzia non mi sfiorò mai il dubbio che a qualcuno potesse non interessare (o, peggio, non piacere) quello che scrivevo.
    Continuai a scrivere per tutto il liceo e per tutta l’università. Avevo in testa un romanzo, ispirato da una poesia dell’Antologia di Spoon River, lo scrissi una prima volta, in ordine cronologico, poi lo riscrissi secondo lo stream of consciousness, quando al liceo studiai Virginia Woolf e Joyce.
    Il periodo in cui scrissi di più e più seriamente fu quello dell’università. Scrissi tantissimo durante gli anni bruttissimi della malattia di mia nonna e in seguito, dopo la sua morte. Scrivere mi aiutava a liberarmi e anche a rivivere i momenti belli, a rivederla viva.
    Poi vennero i racconti. Vennero da soli, era come se non mi appartenessero, come se quei personaggi vivessero al di fuori di me. Eppure di volta in volta ho vissuto con ognuno di loro, ho condiviso le loro esperienze e i loro pensieri. Scrivendo, sono stata ognuno di loro. Mi veniva abbastanza facile scrivere, molto più facile che studiare economia su libri con parole e frasi che mi risultavano perfettamente estranee e quasi incomprensibili. Pensavo che il mio lavoro sarebbe stato sempre quello di scrivere, anche se mi sarei laureata, prima o poi.
    Alcuni racconti mi piacevano molto, altri mi erano indifferenti, eppure pensavo che fosse giusto scriverli. Erano racconti di donne, non necessariamente belle né intelligenti, donne qualunque, con difetti a volte terribili. Decisi di chiamare la raccolta Donne allo specchio, dove per specchio intendevo uno specchio psicologico, dove si riflettevano le loro vite, le loro gioie e le loro miserie, gli avvenimenti, spesso banali, che avevano determinato le loro esistenze. Il racconto più importante, La signora nello specchio, era dedicato a mia nonna.
    Nel frattempo mi laureai, di venerdì. Al lunedì iniziai a lavorare nel primo posto che mi capitò, dall’altra parte della città. Tutti i giorni impiegavo un’ora e un quarto ad arrivare in ufficio e un’ora e un quarto a ritornare a casa, di cui tre quarti d’ora di metropolitana, da Bisceglie a Sesto San Giovanni. Durante quel tragitto scrissi l’ultimo racconto.
    Cambiai lavoro, trovai un editore entusiasta dei miei racconti, li avrebbe pubblicati ma naturalmente il suo entusiasmo finiva davanti alle spese (che comprendevano promesse di pubblicità, promozione, partecipazione a prgrammi televisivi): avrei dovuto partecipare alla metà, una cifra esorbitante per il mio stipendio.
    La lettera dell’editore e i racconti sono finiti in una scatola, ho accettato che il mio lavoro diventasse un altro, mi sono accorta che mi piaceva anche. Ho imparato a destreggiarmi con Excel e i bilanci come da bambina mi destreggiavo con le frasi. E’ bello appassionarsi a qualcosa, impegnarsi, vedere i frutti del proprio lavoro. Scrivere era un sogno d’infanzia e avevo imparato a sorriderne.
    Non che abbia smesso di scrivere, s’intende.
    Ho inviato un racconto per un concorso dei saponi Dove e altri tre per i concorsi di Vivimilano. Nessun racconto è stato scelto, non ci restai nemmeno male, anche se fra quei racconti ce n’è uno che invece mi piace molto.
    E poi cos’è successo? Com’è stato che ho preso la scatola impolverata, sopra al mobile dell’Ikea e ho tirato fuori i racconti dello specchio? Come mi è venuta l’idea di riscriverli al computer e di pubblicarli con Lulu?
    Forse è iniziato tutto quest’estate, quando, con mio grande stupore, ho rifiutato un’offerta di una società importante, con uno stipendio più alto. O forse è iniziato ancora prima, quando ho capito che in qualsiasi lavoro, a volte, non è importante essere bravi, sapere più degli altri, impegnarsi più degli altri. A volte contano altre cose e mettere da parte se stessi e i propri sogni è un vero peccato.